Io Sto Con La Sposa & Gabriele Del Grande

La storia

Chi proverebbe mai a fermare un corteo nunziale?
Da questa domanda, fatta quasi per caso, nasce il folle viaggio di cinque palestinesi e siriani, che, approdati a Lampedusa, vogliono raggiungere la Svezia. Sono sopravvissuti alla guerra e a un naufragio, e ora devono attraversare l’Europa delle frontiere e dei treni. Come? Fingendo un matrimonio. E’ la storia – incredibile ma vera – portata con l’aiuto di un gruppo di attivisti italiani, che si fingono invitati al corteo e dell’attivista palestinese Tasnim Fared, che indosserà l’abito bianco per finta. L’idea era nata quasi per caso, durante un caffè con il traduttore Tareq Al Jabr e del poeta  Khaled Soliman Al Nassiry e del regista e giornalista italiano Gabriele Del Grande: ascoltando la storia di Abdallah, che cerca disperatamente di arrivare a Stoccolma, ecco la folgorazione. Fingere un matrimonio ma soprattutto filmare tutto, con l’aiuto del regista Antonio Augugliaro. Una tragica testimonianza degli orrori della guerra, ma anche un’avventura on the road che racconta che nessuna barriera è tanto forte da resistere alla speranza e alla solidarietà fra gli esseri umani.

 

Tutte le altre storie

Così è nato questo bellissimo film-documentario girato in mezza Europa (da Milano a Stoccolma, tra il 14 e il 18 novembre 2013) e prodotto da Gina Films e DocLab. Gabriele Del Grande era già famoso per il suo impegno nel censire e raccontare i viaggi dei migranti: il suo blog Fortress Europe è la più grande raccolta di dati sui morti nel Mar Mediterraneo cercando di raggiungere la “fortezza Europa“: aggiornato puntualmente con le fonti, i numeri, le statistiche Paese per Paese costruite su un database di articoli internazionali aperti e consultabili.

Giorno per giorno, da anni, il mare di mezzo è divenuto una grande fossa comune, nell’indifferenza delle due sponde del mare di mezzo. Dal 1988 almeno 27.382 emigranti sono morti tentando di espugnare la fortezza Europa.

Ma dopo aver raccontato come attraversare i confini d’Europa, anche Del Grande è stato fermato alla frontiera. Dallo scorso 10 aprile infatti si trova in carcere in Turchia, dopo essere stato fermato dalla polizia ad Hatay, provincia sud-orientale al confine con la Siria.  Stava realizzando un reportage sulla guerra in Siria e sulla nascita dello Stato Islamico: il ministero degli Esteri aveva fatto sapere che il giornalista «si trovava in una zona del Paese in cui non era consentito l’accesso».

Come cambiare il finale della storia

Nessuno ha più avuto un contatto diretto con il giornalista  fino a martedì 18 aprile, quando ha potuto telefonare alla compagna, che ha lanciato un appello proprio sulla pagina Facebook di “Io Sto Con La Sposa”:

Sto parlando con quattro poliziotti che mi guardano e ascoltano. Mi hanno fermato al confine, e dopo avermi tenuto nel centro di identificazione e di espulsione di Hatay, sono stato trasferito a Mugla, sempre in un centro di identificazione ed espulsione, in isolamento. I miei documenti sono in regola, ma non mi è permesso di nominare un avvocato, né mi è dato sapere quando finirà questo fermo. Sto bene, non mi è stato torto un capello ma non posso telefonare, hanno sequestrato il mio telefono e le mie cose, sebbene non mi venga contestato nessun reato. La ragione del fermo è legata al contenuto del mio lavoro. Ho subito ripetuti interrogatori al riguardo. Ho potuto telefonare solo dopo giorni di protesta. Non mi è stato detto che le autorità italiane volevano mettersi in contatto con me. Da stasera entrerò in sciopero della fame e invito tutti a mobilitarsi per chiedere che vengano rispettati i miei diritti.

Il ministero degli Esteri italiano ha comunicato in una nota che sta lavorando al caso in stretto rapporto con l’ambasciata, ad Ankara. Si dice anche che l’ambasciatore d’Italia ad Ankara ha chiesto alle autorità turche una visita consolare al luogo della detenzione di Del Grande, come previsto dalla Convenzione di Vienna del 1963. Ma la pressione sui social network e sulla stampa è aumentata a dismisura: a più di una settimana di distanza dall’inizio della vicenda, il Tirreno ha pubblicato in prima pagina la richiesta della liberazione di Gabriele. Su Twitter la protesta corre sul filo dell’hashtag #iostocongabriele e #freegabriele. Sui social si sono mobilitati amici e colleghi di Del Grande, come il fumettista Zerocalcare, ma anche le più alte cariche istituzionali: Laura Boldrini, Matteo Renzi; il ministro Franceschini ne ha parlato all’inaugurazione del nuovo Salone del libro di Milano. Lucca, la città natale del regista, stasera scenderà in piazza. Stamattina a Roma, al congresso statutario della FNSI, tutti i 400 giornalisti presenti si sono alzati con una foto del giornalista: c’erano anche Andrea Segre, Valerio Mastandrea, Daniele Vicari, Concita De Gregorio, Rachele Masci e Giovanni De Mauro.
Ma l’appello al quale vogliamo rispondere è soprattutto quello del padre di Gabriele:

Gabriele è una persona che ha sempre dato voce a chi non ce l’ha e adesso chiede di dare voce a lui. Per questo tutti dobbiamo mobilitarci per lui, affinché torni a casa libero e dalla sua famiglia

Nel suo lavoro  (di cui trovate tutti i link nell’articolo) Gabriele del Grande cercava di realizzare quella che è la prima missione del giornalista: creare consapevolezza. Accendere i riflettori. Raccontare storie vere. Adesso, è il nostro turno: alzare la voce, non far scendere l’attenzione. Le autorità politiche e istituzionali stanno lavorando per la sua liberazione, ma la pressione dell’ opinione pubblica è un’arma fondamentale.

All credits to Zerocalcare

 

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